Questa intervista è stata realizzata a Settembre dal team di Dataninja, ed è parte di una serie di newsletter con un focus su giornalismo ed IA. Trovi la prima parte qui, e la prima intervista, con Teresa Potenza, giornalista e formatrice freelancer, qui.
Per questa edizione, abbiamo intervistato Jenny Romano, giornalista e co-founder di The Newsroom. Scopri di più nell’intervista!
Nel 2021, insieme a Pedro Henriques, avete fondato the Newsroom, una organizzazione di base a Lisbona che utilizza l’Intelligenza Artificiale per contrastare la disinformazione e promuovere il pensiero critico.
The Newsroom propone anche uno strumento basato sull’AI per supportare il lavoro dei giornalisti.
Ci spieghi come funziona e da dove nasce l’idea di uno strumento del genere?
The Newsroom nasce da un’esigenza molto concreta: orientarsi in un mare di contenuti – che è destinato solo a crescere, identificare rapidamente i punti chiave, e unirli. Con Pedro ci siamo chiesti: e se l’IA potesse diventare un alleato nel navigare e organizzare l’informazione, invece che una minaccia?
Il progetto nasce durante il Covid con un’ottica diversa – supportare i lettori nel navigare l’informazione online, per contrastare l’effetto dilagante della disinformazione. Nel 2023, poi, abbiamo cambiato rotta, iniziando a collaborare con l’industria per supportare direttamente i giornalisti nel loro lavoro quotidiano. La domanda, quindi, è diventata: e se si potesse vincere la battaglia contro la disinformazione amplificando e rafforzando il giornalismo?
Ed è così che è nato the Newsroom.
Sulla base di cinque anni di storico di informazioni, narrative ed interazioni, identifichiamo le storie più probabilmente interessanti data una certa tematica. Il nostro sistema analizza quindi grandi volumi di informazioni e li raggruppa per temi ed eventi, segnalando dove e come emergono punti di vista convergenti o divergenti.
Questo permette ai nostri utenti di navigare in maniera molto più agile l’ecosistema informativo – tanto in termini di accelerazione, quanto in termini di completezza.Per fare questo combiniamo tecniche di NLP, analisi semantica, knowledge graphs e metriche di rilevanza che abbiamo sviluppato appositamente per il contesto giornalistico.
La vostra AI analizza migliaia di articoli per fornire “fonti personalizzate e affidabili”. Come fate a garantire l’affidabilità di questo flusso informativo? Cosa intendete con “fonti personalizzate”?
Tanto quando parliamo di fonti affidabili, quanto quando parliamo di personalizzazione, ci riferiamo al fatto che l’utente è al centro e decide come modulare la sua esperienza con The Newsroom.
Ogni giornalista, quando inizia ad usare la nostra piattaforma, definisce a priori le aree tematiche su cui vuole concentrarsi e le fonti – giornalistiche o di altra natura – che ha prioritizzato storicamente. Sulla base delle indicazioni fornite, il sistema monitora e analizza contenuti appartenenti a quelle aree tematiche, dando priorità alle fonti che il giornalista ha indicato e poi espandendo la rete di ricerca per garantire un equilibrio nei punti di vista che emergeranno e minimizzare il rischio di una “bolla informativa” nei risultati.
Facciamo un esempio: un giornalista basato a Londra monitora quotidianamente testate, fonti ufficiali e istituti di ricerca sul clima, ma non monitora le testate italiane. Si verifica un evento collegato al clima in Italia: una testata italiana avrà in media un contesto socio-economico più ricco e una conoscenza più approfondita di quanto accaduto. Ampliando la rete di monitoraggio, tramite la nostra piattaforma il giornalista avrà una visione a tutto tondo dell’evento, arricchendo a sua volta la sua analisi.
L’effetto è quindi duplice – rapidità e arricchimento.
Solitamente, quando si parla di disinformazione e misinformazione, l’Intelligenza Artificiale è “il nemico”: uno strumento che permette la creazione di deep fake, che troppo spesso ancora fa errori, aumentando la quantità di contenuti falsi in circolazione. Come può diventare invece uno strumento per combattere questi due fenomeni?
È vero, l’IA ha alimentato nuove forme di disinformazione, ma userò un cliché e dirò che la tecnologia non è “buona o cattiva” di per sé: dipende dall’uso che ne facciamo e da come la costruiamo.
Nel nostro caso, l’IA diventa uno strumento di trasparenza: mappa la varietà delle fonti, identifica storie e differenze narrative, unisce i puntini tra migliaia di data points. Non scrive bozze, non interviene minimamente nel processo di stesura – supporta, accelera, amplifica.
Detto questo, bisogna capire cosa stiamo usando, come lo stiamo usando, se e perché ha senso usarlo. Dall’arrivo di ChatGPT, Claude & Friends e la diffusione di massa degli LLM, IA ed LLMs sono per qualche strano motivo diventati sinonimi troppo spesso nell’immaginario collettivo.
Non è così: gli LLM sono una piccola parte dell’IA generativa – che a sua volta è una piccola parte dell’IA. Fare di tutta l’erba un fascio è pericoloso, sia perché rischiamo di fidarci troppo di sistemi di cui non dovremmo fidarci ciecamente, sia perché rischiamo di non trarre vantaggio da sistemi che potrebbero invece essere d’aiuto.
Fatta eccezione per una parte piccolissima del nostro processo, nei processi di analisi di The Newsroom non utilizziamo intelligenza artificiale generativa in maniera molto intenzionale, proprio perché crediamo che l’IA possa diventare uno strumento di accelerazione ed amplificazione del lavoro di un giornalista – purché sia trasparente, tracciabile, replicabile, non una scatola nera.
Quando avete iniziato a sviluppare the Newsroom, l’Intelligenza Artificiale non era ancora uno strumento così diffuso e conosciuto, soprattutto nell’ambito del giornalismo. Hai notato cambiamenti importanti in questi ultimi anni? Come pensi che l’AI possa cambiare il lavoro del/la giornalista? Questo autunno terrete un corso del JournalismIA Skills Lab per formare i/le professionisti/e dell’informazione sull’uso dell’IA generativa nelle redazioni. Quali competenze pensi saranno necessarie per i giornalisti e le giornaliste del futuro?
Quando abbiamo iniziato a sviluppare The Newsroom l’IA sembrava un alieno e tutti ci chiedevano perché non volessimo usare la blockchain!
Dal 2021 ad oggi abbiamo assistito a una trasformazione enorme: l’IA è passata da tema di nicchia a strumento quotidiano. Oggi vediamo redazioni che sperimentano seriamente con questi sistemi, a volte ne costruiscono da zero e li commercializzano, non solo per automatizzare ma per arricchire ed amplificare l’impatto del lavoro giornalistico.
La mia aspettativa e speranza è che l’IA venga utilizzata esattamente per questo: rendere possibile ciò che non lo era. Porterò acqua al mio mulino, ma scavare tra archivi, report da centinaia di pagine, monitorare migliaia di fonti, trovare le piccole pepite d’oro che possono contribuire ad una storia è un lavoro che, se fatto manualmente, richiede ore, a volte giorni, a volte molto di più. In un contesto in cui le testate si rimpiccioliscono e il flusso informativo cambia completamente, spesso questo lavoro non è fattibile – non per mancanza di volontà, ma per mancanza di tempo e risorse. E se l’IA permettesse di trovare le pepite, unire i punti e raccontare una storia in maniera molto più agile?
Credo che la competenza fondamentale sarà la capacità di navigare l’IA in maniera consapevole e critica: sapere come funzionano gli strumenti di IA, quali sono i loro limiti e di conseguenza definire se e come integrarli in un processo editoriale trasparente e responsabile. Con l’arrivo dei chatbot si è creata molta confusione: spesso IA, GenAI, LLM, Machine Learning e chi più ne ha più ne metta entrano tutti nello stesso calderone e l’IA diventa questa forza quasi magica che è divinizzata o demonizzata a seconda dei punti di vista – ma non è così. Questo porta ad aspettative troppo alte o basse a seconda dei casi, riducendo le possibilità di trarne valore o evitare strafalcioni. Non tutta l’IA è GenAI, un LLM non è la risposta a tutto, a volte un “buon vecchio” algoritmo di machine learning basta ed avanza, a volte non dovremmo usare alcuna tecnologia.
Non serve che ogni giornalista diventi un data scientist, ma serve una cultura comune sull’IA per saper navigare una tecnologia che sì è in continua evoluzione, ma può essere anche molto più accessibile di quanto non sia stata fino ad ora. Il JournalismAI Skills Lab e una serie di altri programmi di formazione e coaching che abbiamo facilitato negli ultimi anni nascono proprio per questo: dare ai professionisti gli strumenti per usare l’IA in modo consapevole, capire di cosa stiamo parlando in concreto senza parole altisonanti che alzano muri anziché facilitare la comprensione, definire consapevolmente quando ha senso usare l’IA e quando invece non ha senso.
Un tema particolarmente caro a noi di Dataninja è il giornalismo ambientale e climatico. Abbiamo visto che the Newsroom ha lavorato al progetto Climate Blocks, che aveva come obiettivo sviluppare una piattaforma basata sull’Intelligenza Artificiale per aiutare i giornalisti a orientarsi nel mondo della ricerca climatica. Ci racconti un po’ il progetto?
Climate Blocks è nato per affrontare una difficoltà comune: la ricerca scientifica sul clima è vastissima – globalmente, vengono pubblicate centinaia di nuovi paper di ricerca ogni giorno – spesso complessa e scritta in linguaggi molto tecnici. I giornalisti hanno bisogno di orientarsi in questo oceano di ricerca per raccontare il cambiamento climatico in modo accurato ma accessibile.
Con il supporto di EuroHPC tramite il programma FF Plus abbiamo sviluppato una tecnologia che utilizza l’IA per “scomporre” gli articoli scientifici in knowledge graphs: dati chiave, contesto, possibili implicazioni. Più nello specifico, identifichiamo quali sono le entità – come autori, università, sponsor, aree tematiche, concetti chiave, metodologie, focus geografico – e le relazioni tra esse. Tutto questo è reso accessibile tramite una piattaforma in cui un giornalista può fare domande sulla ricerca scientifica, avendo completa trasparenza sulla provenienza delle informazioni e completa replicabilità dei dati nei risultati di ricerca.
A fine estate abbiamo lanciato una collaborazione con l’European Journalism Centre per dare accesso prioritario alla piattaforma alla loro community, che ha portato grande interesse nella piattaforma e centinaia di richieste d’accesso. L’alpha sarà accessibile per un gruppo ristretto di giornalisti a partire da ottobre 2025 e verrà progressivamente aperto a sempre più testate giornalistiche.
Ringraziamo Jenny Romano per l’intervista e per gli insight nel processo di creazione di nuovi strumenti.
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Alla prossima puntata!