Lo scorso mese abbiamo inaugurato una serie di contenuti a tema giornalismo e Intelligenza Artificiale, facendo il punto della situazione in Italia ed esplorando come l’IA sta cambiando le redazioni con esempi di diversi tipi di utilizzi in altre parti del mondo.
Come spesso ci capita, abbiamo trovato più domande che risposte, e abbiamo deciso di confrontarci con giornaliste, giornalisti ed altre figure nel settore. Abbiamo cominciato con Teresa Potenza, giornalista professionista dal 2005 e trainer freelancer, che si occupa anche di formazione con l’utilizzo dell’IA generativa.
In sei domande, abbiamo riassunto idee sull’utilizzo dell’IA generativa, parlato di giornalismo costruttivo, e di quali sono gli strumenti che possiamo utilizzare per educare le nuove generazioni ad un utilizzo consapevole e critico degli strumenti che abbiamo a disposizione.
Ecco l’intervista!
Teresa, ci racconti quando e come nella tua carriera giornalistica hai incontrato l’IA generativa e hai deciso di farla diventare parte integrante della tua professione?
Il mio incontro con l’IA generativa è avvenuto ben prima che diventasse una moda. Ho vissuto e lavorato all’estero, in particolare a Londra e a Damasco, e per questo ho sempre avuto una rete di colleghe e colleghi, oltre che di amicizie, molto internazionale. Intorno al 2020 il dibattito sull’IA generativa si è infittito. Testate come il New York Times e il Guardian usavano questi strumenti da anni e anche in Italia l’Ansa li ha introdotti, nel periodo del Covid. E così, verso il 2022 io stessa ero in piena fase di sperimentazione. Un po’ per curiosità tecnologica, ma soprattutto volevo capire dove stessimo andando, o dove saremmo arrivati se avessimo iniziato a usare in massa i vari chatbot, o ancora, come proteggere la mia energia creativa in un momento storico in cui tutto rischiava di appiattirsi.All’inizio del 2023 sono entrata a far parte di JournalismAI, una rete di giornalisti che usano l’IA in modo etico, trasparente e responsabile, sostenuta dalla London School of Economics.
E quando, anche in Italia, il boom di ChatGPT ha iniziato a portare narrazioni distorte e a far credere che questi strumenti servissero soltanto per farci fare di più in meno tempo o per sostituirsi a noi, ho capito che non potevo stare a guardare, ma che era mio dovere portare un altro punto di vista e trasmettere un mindset, oltre che che tanti strumenti. Oggi questo tema fa parte del mio lavoro quotidiano: nella formazione, negli eventi, nelle consulenze.
Ci piace la definizione che ti sei data di “GPS etico nel labirinto dell’IA”, ci spieghi meglio che significa per te questa espressione e come si traduce in concreto nella tua attività professionale?
Grazie della domanda! Ho scelto la metafora del “GPS etico nel labirinto dell’IA” perché ogni giorno incontro giornalisti, divulgatori, content creator, comunicatori o freelance che vorrebbero alleggerire il proprio carico di lavoro oltre che quello mentale e che sperano di farlo grazie all’IA generativa. Professionisti che si sentono smarriti: bombardati da strumenti nuovi, preoccupati per il futuro del lavoro, ma anche incuriositi dalle potenzialità dell’intelligenza artificiale. Solo che non sanno da dove iniziare – o come non perdersi, o a volte addirittura come non bloccarsi.
E allora mi sono chiesta: come posso aiutare queste persone a orientarsi senza cedere al panico, ma nemmeno all’entusiasmo cieco? Il mio lavoro è esattamente questo: offrire una direzione, creare percorsi, fare chiarezza su rischi, limiti, opportunità. Ma soprattutto allenare lo sguardo critico.
In concreto, questo si traduce in: formazione, che adeguo sempre al contesto e alle esigenze dei professionisti; workshop e masterclass, consulenze, in cui analizzo il flusso di lavoro dei professionisti e li aiuto a integrare l’IA senza perdere identità, voce, valori. E naturalmente il mio lavoro di giornalista: sul mio sito, in collaborazione con altre testate e nei miei podcast, come Potenza Artificiale, dove mi impegno a dare un supporto per integrare l’IA nella nostra vita, con un linguaggio accessibile ma anche con profondità, per una community di professionisti che vuole restare umana nell’era dell’artificiale. Il mio GPS però non è solo una guida, è soprattutto un metodo che ti stimola (e a volte ti costringe!) a porre e a porti le domande giuste, che apre alternative e stimola decisioni consapevoli.
Parliamo di due reti di cui fai parte, JournalismAI e Constructive Network. Per quanto riguarda il primo, in cosa consiste “fare parte di JournalismAI” come freelance? A che tipo di risorse/opportunità si ha accesso, o in che modo si contribuisce o si viene a contatto con la community mondiale che ne fa parte?
Entrare in JournalismAI come freelance è stato un punto di svolta. Molti pensano che queste reti siano riservate a chi lavora in grandi redazioni o team strutturati, ma non è così.
JournalismAI – l’iniziativa della London School of Economics dedicata all’impatto dell’IA nel giornalismo – è una vera community internazionale aperta, generosa e stimolante.
Io sono entrata partecipando a uno dei primi corsi di gruppo, in cui giornalisti da tutto il mondo hanno esplorato le potenzialità dell’IA e i rischi dell’IA in redazione e studiato progetti già avviati, sempre legati all’uso dell’intelligenza artificiale nelle testate. Il valore più grande non è solo nell’accesso a risorse di altissimo livello, ma nel confronto con professionisti di contesti editoriali molto diversi, dai grandi media ai piccoli progetti iperlocali, dal Kenya al Brasile, dalla Norvegia all’India.Io cerco anche di costruire ponti anche verso l’Italia, dove spesso arriviamo un po’ dopo su questi temi.

Passiamo ora a Constructive Network, cosa intendi tu per “giornalismo costruttivo” e come si coniuga con l’utilizzo di strumenti di GenAI?
Il giornalismo costruttivo non è il giornalismo delle buone notizie, come a volte si dice. È un giornalismo che racconta “che cosa non va”, ma che cerca anche di restituire complessità, contesto e soprattutto possibilità.
Chi fa parte della rete di giornalisti costruttivi, quella “originale” diciamo così, pone al centro le persone e lo fa raccontando le storie in modo rispettoso – costruttivo. Non significa nascondere i problemi o addolcire la realtà, ma andare oltre il titolo sensazionalistico, oltre il click facile, e offrire al lettore contenuti di valore reale, approfonditi e, insieme, strumenti per comprendere e agire. È un approccio che ho abbracciato da tempo, prima ancora di scoprire il Constructive Network, ma che nel network ha trovato una casa comune con tante altre persone che la pensano come me. Ci credo così tanto che ho partecipato in prima persona all’evoluzione di questa rete, diventando socia fondatrice (insieme ad altri 10 colleghi e colleghe) dell’Associazione Constructive Network, lo scorso maggio.
Un uso costruttivo dell’IA generativa, per esempio, implica almeno tre livelli:
- Curare la qualità delle domande (il prompt design è anche un atto etico)
- Verificare e filtrare i contenuti generati, per non diffondere disinformazione (cioè non solo notizie false, ma anche stereotipi e pregiudizi)
- Scegliere consapevolmente che cosa automatizzare e cosa no, lasciando spazio alla sensibilità, all’empatia e al contatto umano dove conta davvero.
Nei miei percorsi formativi, cerco proprio di unire questi due mondi: l’uso strategico dell’IA e la responsabilità editoriale. Perché oggi più che mai, anche con l’aiuto delle macchine, abbiamo bisogno di un giornalismo che costruisca ponti e che ritrovi la relazione con le persone. E la tecnologia – se usata bene – può amplificare questo impatto.
Nell’episodio 6 del tuo podcast “Potenza Artificiale”, intitolato “Educare è proteggere”, affronti temi a noi cari: il rapporto tra le giovani generazioni e la tecnologia, il ruolo della formazione nel fornire strumenti di comprensione in modo trasversale, per tutti/e: insegnanti, genitori, e ragazzi/e.
Parlando di IA generativa, sebbene legittima, la domanda sul “se” utilizzare questa tecnologia, sembra ormai superata dalla realtà, (“La GenAI entra nella quotidianità dei giovani in Italia: Metà dei Gen Z e quattro Millennial su 10 la usano ogni giorno”; “Intelligenza artificiale, oggi la usano 13 milioni di italiani” ), è quindi opportuno concentrarsi molto anche sul “come” usarla.
Quali sono, secondo te, i temi imprescindibili da affrontare in un percorso di formazione con lo scopo di generare consapevolezza sull’utilizzo dell’IA generativa?
Avete colto perfettamente il punto: la domanda non è più “se” usare l’IA generativa, ma come, perché, con quali strumenti e soprattutto con quale approccio e mindset. Ecco perché la formazione è fondamentale a tutti i livelli e a tutte le età e non può più essere solo tecnica o limitata agli “addetti ai lavori”.
Certo, la formazione sui più giovani mi sta particolarmente a cuore non solo perché ho due figli, ma anche perché abbiamo a disposizione strumenti potenti e il cervello dei giovanissimi non è pronto per comprenderli. Avete presente le metafore del coltello o della Ferrari? Un coltello puoi usarlo in cucina per farti da mangiare, oppure…E una Ferrari? Metterei mai il volante nelle mani di mio figlio 13enne?
In questi anni ho esplorato tanti temi legati all’IA, tra sfide e opportunità. Se dovessi elencare quelli secondo me imprescindibili comincerei sicuramente da tre:
- La mentalità. Non è un caso se di recente ho pubblicato insieme ad Alberto Pian un libro che abbiamo intitolato “Intelligenza artificiale – Il tuo mindset”. Abbiamo a disposizione strumenti potenti, sta a noi scegliere come usarli ma anche sapere che cosa abbiamo davanti realmente: come funzionano? Chi li ha progettati? Da dove arrivano i dati? Chi c’è dietro – e no, non ci sono macchine ma persone!Non bastano definizioni tecniche: bisogna aiutare le persone a sviluppare un pensiero critico e sistemico, capace di leggere le logiche che muovono questi strumenti.Perché se non conosci la tecnologia, finisci per subirla.
- Il prompt design deve essere consapevoleScrivere un prompt non è solo un’abilità tecnica: è un esercizio di pensiero, di chiarezza, di intenzionalità. Un buon prompt è una forma di responsabilità. Non cadiamo nella trappola dell’affidare anche alla macchina le nostre domande. Tanti professionisti mi dicono “Ma non posso farmi fare il prompt da ChatGPT?”. Certo che puoi, ma allora a te che cosa resta?
- Bias e rischi di disinformazione: Qui potrei scrivere un altro libro, anzi magari lo farò. Tutti i modelli generativi portano con sé stereotipi e pregiudizi, perché sono nutriti con i nostri dati. Alcuni bias sono visibili, altri più sottili. Bisogna imparare a riconoscerli, non per demonizzare l’IA, ma per correggere la rotta e costruire alternative. Senza questa consapevolezza, l’IA generativa rischia di diventare una macchina che moltiplica stereotipi, errori e appiattimenti. Su questo avrei una marea di esempi, da testi a immagini, magari ne riparliamo!
Per concludere, come ti sembra che il mondo del giornalismo, in particolare quello italiano, si stia confrontando con questa nuova tecnologia? Alcuni esempi per te significativi che vuoi condividere?
Il mondo del giornalismo, in Italia, si sta muovendo, ma a velocità e in direzioni molto diverse. C’è chi sperimenta, chi osserva da lontano, chi ignora, chi delega tutto a qualche collega “smanettone”. E poi c’è una fetta crescente di professionisti – freelance, docenti, redattori – che sente l’urgenza di capire, ma non sa a chi affidarsi.
Rispetto al panorama internazionale, dove grandi testate investono in team interni di AI journalism o collaborano con università e centri di ricerca, in Italia siamo ancora un passo indietro. Ma qualcosa si muove. Anche in News48, il magazine del Constructive Network con cui collaboro, abbiamo una chiara e condivisa policy nell’uso dell’IA: per le immagini cerchiamo di usare solo quelle reali e, se non è possibile, deve essere evidente che è stata generata da una IA. Quanto al lavoro giornalistico, usiamo chatbot, per esempio, per analizzare grosse quantità di dati.
Il punto, però, è che serve un cambio culturale profondo. Non basta “provare ChatGPT” o usare un tool per sbobinare interviste. Serve formare menti critiche, riscrivere processi editoriali, porre domande etiche – e fare tutto questo insieme, in modo collaborativo e trasversale.
Ecco perché credo sia il momento perfetto per creare spazi comuni tra chi fa giornalismo (o aspira a farlo) e chi fa formazione, tra chi sperimenta e chi ha bisogno di una mappa. Ed è anche per questo che sono felice di questa intervista: perché costruire ponti oggi non è un’opzione. È una responsabilità.