Autrici: Eleonora Rossi, Benedetta Tonnini – Dataninja

Cosa sta cambiando nelle redazioni grazie (o per colpa) all’IA?

Abbiamo provato a mettere un po’ di ordine in quello che sta accadendo all’intersezione di due mondi che ci appassionano: il giornalismo e l’Intelligenza Artificiale! 

La prima cosa che viene in mente parlando di uso dell’IA nelle redazioni sono gli articoli allucinati che ogni tanto capita di leggere. Ad esempio, la settimana scorsa alcuni giornali statunitensi hanno pubblicato una lista di consigli di lettura generata dall’IA, che includeva libri inesistenti. Tuttavia, sarebbe riduttivo limitarsi a questi casi, che sembrano derivare più da superficialità che da un reale tentativo di sfruttare le potenzialità dell’IA nel giornalismo.

Vari tipi di strumenti

Possono esserci tanti modi diversi di lavorare con l’IA e, anche se la distinzione non è sempre netta, le tre categorie proposte dal report Generating Change sono un buon punto di partenza:

  1. Strumenti usati prima della produzione dell’articolo
  2. Strumenti usati per la produzione degli articoli 
  3. Strumenti usati per personalizzare e amplificare l’esperienza dei lettori 

Da questo report, un’analisi globale condotta dal gruppo di ricerca JournalismAI della London School of Economics, emerge che tre quarti dei giornali intervistati (in totale 105 organizzazioni da 46 paesi diversi) usano tecnologie del primo tipo. Tra queste ci sono strumenti di trascrizione automatica, per estrarre il testo dalle immagini e strumenti utili a raccogliere, strutturare e cercare pattern in grandi quantità di dati. 

Il 90% degli intervistati ha anche affermato di usare strumenti basati sull’IA nella produzione dei contenuti: da ChatGPT per la creazione di titoli o riassunti a strumenti più evoluti e personalizzati per affiancare i giornalisti nelle attività di fact checking. 

L’ambito della distribuzione degli articoli è citato come quello più impattato dall’AI, con strumenti che variano dai sintetizzatori vocali che trasformano gli articoli in formato audio, ad altre forme di LLM che riassumono gli articoli o ne schematizzano i contenuti fino a tutti i sistemi di raccomandazione che lavorano sulla personalizzazione dei contenuti sulla base dell’utente. 

Le redazioni che adottano l’IA nel loro lavoro citano come principale vantaggio la velocità di queste tecnologie nell’eseguire attività monotone, riconoscendo quindi un aumento dell’efficienza del loro lavoro (anche se per ora mancano studi che certifichino effettivamente questo aumento). In molti però riconoscono anche tanti limiti: l’IA commette errori, può essere biased e può essere inaccurata, quindi molte redazioni stanno parallelamente provando ad adottare policy per valutare in che casi è opportuno o meno usarla. 

Da uno studio sull’impatto dell’AI generativa nell’ecosistema dell’informazione risulta che il 42% dei 170 intervistati lavora in un’azienda con linee guida interne sull’uso dell’AI, quasi tutte incentrate sui concetti chiave di trasparenza e supervisione umana. 

Qualche esperimento interessante (e uno molto criticato)

Tanti giornali, soprattutto fuori dall’Italia per ora, hanno implementato strumenti IA di vario tipo.

Per quanto riguarda la produzione di contenuti, Bloomberg ha prodotto un GPT addestrato in modo specifico usando documenti finanziari, utile per riassumere report tecnici e analisi di mercato. Il Washington Post aveva sviluppato, già nel 2016, Heliograf: uno strumento che produce brevi articoli partendo da dati strutturati, ad esempio risultati sportivi, infatti era stato utilizzato in occasione delle Olimpiadi di Rio. 

L’agenzia di stampa Reuters ha sviluppato nel 2018 due modelli di Machine Learning: Lynx Insight e News Tracer. Il primo aveva la finalità di analizzare grandi quantità di dati e suggerire ai giornalisti possibili storie, il secondo per individuare possibili breaking news e verificarne l’affidabilità. 

Il New York Times sta invece sviluppando uno strumento IA interno, Echo, che servirà ai giornalisti per generare titoli e riassunti di articoli, produrre quiz e test, fare attività di brainstorming.  

Per quanto riguarda invece la personalizzazione dell’esperienza degli utenti, il Washington Post ha introdotto un chatbot, Ask the Post AI, che basandosi sugli articoli pubblicati dal 2016 ad oggi risponde alle domande degli utenti fornendo una risposta testuale generata artificialmente e gli articoli da cui ha tratto informazioni per generarla (e invita sempre a controllarli perché non c’è modo di evitare che il LLM inventi comunque qualcosa scrivendo). Prima di questo, avevano già introdotto Climate Answers, un altro chatbot simile che basandosi solo sugli articoli dei giornalisti risponde a varie domande sul clima. 

Qualcosa di simile l’ha fatto anche il Time, con un chatbot che permette di navigare le informazioni relative alle “persone dell’anno”.

Cosa succede in Italia

Nel panorama italiano la situazione sembra meno vivace, per ora. Tra gli esempi virtuosi c’è Il Gruppo 24Ore, il primo gruppo editoriale italiano a stilare un regolamento di autocondotta interno su come usare l’IA, che nel 2024 ha introdotto il chatbot 24 AI Tax Assistant, che risponde alle domande degli utenti su tasse e tributi facendo riferimento ai contenuti prodotti dal giornale. Anche il gruppo GEDI (che controlla La Repubblica e la Stampa, tra gli altri) sta preparando un codice di condotta interno e ha avviato delle sperimentazioni all’interno di un accordo con OpenAI (che ha sollevato i dubbi del Garante per la protezione dei dati personali), che prevede anche che i contenuti di quei giornali siano accessibili a ChatGPT.

Dall’Italia viene anche l’esperimento molto criticato: quello de Il Foglio AI. Il quotidiano italiano ha provato per quasi un mese ad affiancare il giornale con un secondo quotidiano interamente prodotto dall’intelligenza artificiale: “Per tutto. Per la scrittura, i titoli, i catenacci, i quote, i sommari. E a volte anche per l’ironia”. Nonostante le revisioni di due giornalisti, i contenuti prodotti erano comunque ricchi di imprecisioni lessicali, di informazioni non verificate o sbagliate, di riflessioni banali. Il tutto, tra l’altro, fatto da un quotidiano che non presenta un AI policy pubblica. 

E quindi? 

Come spesso capita, questa nostra ricerca ci ha lasciato con più domande di quelle che avevamo quando siamo partite. Sicuramente emerge un mondo del giornalismo che sta provando a fare i conti con una tecnologia estremamente potente ma anche, almeno per ora, troppo imprecisa e troppo inaffidabile. Serve trasparenza nelle scelte redazionali e serve un’adeguata formazione ai giornalisti (qualcosa succede) su come questi strumenti vanno usati e cosa comporta usarli. 

Bisogna anche capire cosa ne pensano i lettori: la personalizzazione dei contenuti giornalistici è davvero uno scenario verso cui vogliamo andare? Ci fideremmo di un giornale scritto grazie a un uso massiccio di IA? Vogliamo davvero che sia un algoritmo a decidere quali sono le notizie importanti? 

Ti va di farci sapere che ne pensi, di condividere un progetto interessante in questo ambito o di segnalarci qualcuno/a che si sta occupando di questi temi? Scrivici!