Ancora male, verrebbe da dire. Gli Open Data sono dati che vengono rilasciati online per essere accessibili pubblicamente e riusabili per qualsiasi scopo. Per definizione, non riguardano solo le Pubbliche Amministrazioni, ma in linea teorica chiunque abbia l’accortezza e la lungimiranza di pubblicarli. Per esempio: Wikipedia (che fa non propriamente Open Data, quanto piuttosto Open Content) non esisterebbe per come la conosciamo se non fosse Open. Lo stesso vale per OpenStreetMap, come anche l’enorme quantità di software libero senza il quale saremmo persi. 

Da Linux a WordPress, da Libre Office alla libreria javascript React, da Android a infiniti altri software: molte delle cose che facciamo qui seduti davanti al pc o con i nostri smartphone dipendono dal fatto che prima di noi ci sono state persone che hanno detto «doniamo questo pezzo di codice, contenuto o dato alla comunità per favorire la conoscenza aperta».

Abbiamo tutti il diritto di accedere alla conoscenza

Il principio che sta dietro queste scelte è semplice: la conoscenza dev’essere accessibile a chiunque, e la prima barriera da abbattare quando possibile è l’esclusività dell’accesso ai contenuti dovuta al diritto d’autore. Tu penserai: ma non può essere tutto aperto e gratis. E hai ragione, nessun* lo dice. Il problema semmai è che non può essere tutto chiuso e a pagamento. Per esempio: la ricerca scientifica, pagata largamente con soldi pubblici in tutto il mondo, (1) produce contenuti che vengono ceduti gratuitamente alle riviste scientifiche, (2) che ne acquisiscono (senza costi!) il diritto d’autore, (3) per poi rivendere abbonamenti alle stesse università che producono la ricerca. Una follia(!) contro cui si batte il movimento Open Access che – contrariamente a quanto scrive Il Post in quest’articolo, pur interessante – ha lentamente e faticosamente iniziato a cambiare questo pezzetto di mondo. 

In Italia e In Europa

Il punto di partenza per cercare questi dati è dati.gov.it, un sito governativo che fa da indice a tutti i siti Open Data delle singole amministrazioni. Dal 2011 (anno d’inizio) ad oggi abbiamo assistito a fenomeni di eccellenza come Regione Lombardia che ha pubblicato Open Data perfino sulle prestazioni sanitarie sulle singole patologie, a progetti capestro che hanno fatto Open Data di facciata sprecando risorse e opportunità. Per capire qual è la situazione italiana rispetto al contesto europeo, è molto utile la lettura di questo articolo di Vincenzo Patruno e Morena Ragone. L’UE legifera da tempo su questo argomento, avendo emanato una direttiva che una volta si chiamava PSI (Public Sector Information) e poi a seguito di vari aggiornamenti anno dopo anno è diventata Open Data Directive, con l’obiettivo di imporre agli Stati delle regole.

No, qui da noi ancora non funziona del tutto, spoileriamo subito, perché ad esempio: 1) lo Stato raccoglie i dati delle aziende per mano delle Camere di Commercio; 2) li impacchetta e li vende in concessione; 3) alcune (pochissime!) aziende fanno fatturato (parliamo di centinaia di milioni di euro!) rivendendoli. Ma sono dati nostri, creati da noi! Non dovremmo essere costretti a pagarli. Persino il database dei numeri civici non era Open Data fino a qualche tempo fa, l’hanno aperto da pochissimo ed è un gruviera perché manca un’infinità di informazioni.

E quindi che si fa?

L’associazione Ondata è la principale organizzazione italiana che si batte per aprire i dati pubblici. Ha lottato per ottenere l’apertura dei dati su studenti/esse che riunciano all’ora di religione, sulla diffusione del contagio del Covid, e tanto altro. Recentemente ha ripreso ad occuparsi delle linee guida Open Data, pubblicate da Agid in un formato pressocché illeggibile per provare a renderle più accessibili. Ed è veramente un peccato che Ondata sia tra i pochissimi soggetti che se ne occupano, perché facendo pressioni e richiedendo i dati, le Pubbliche Amministrazioni pian piano li aprono. Se tutte/i lo facessimo, gli Open Data sarebbe molti di più e molto migliori. 

Dai una mano anche tu

Per cui, se l’argomento ti piace e vuoi dedicare un po’ di tempo al volontariato digitale, questo è probabilmente uno dei problemi principali temi per i quali è importante battersi. Senza dati non andiamo da nessuna parte. Se i dati sono accessibili soltanto a pagamento, ne trarranno beneficio soltanto le grandi organizzazioni in grado di pagarli e i benefici saranno concentrati in pochissime mani. Sei sicura/o di voler vivere in un ecosistema digitale fatto così? Dai!